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Attenti a quelle due…lingue: come evitare di mischiare le lingue

 

Astratto, acquarello, 3 anni

Il bilinguismo è spesso oggetto di pregiudizi ed è guardato ancora con sospetto soprattutto da persone poco informate. Quante volte si sentono reazioni provenire anche da persone che dovrebbero invece interessarsi al bene dei bambini e che, al contrario, con la loro inflessibilità, li ostacolano nel loro sviluppo.

L’American Speech-Language-Hearing Association del Maryland ci mette in guardia sulla possibilità che i nostri figli cresciuti bilingui possano in un primo momento mischiare le lingue (code-switching). Ci spiega che ciò può accadere in casi in cui un concetto non sia facilmente esprimibile o traducibile nell’altra lingua.

 

Su questo permettetemi di esprimere le mie perplessità, e vi invito a confermarle o controbatterle in base alle vostre esperienze. Non credo che un bambino cerchi consapevolmente la parola più adatta per esprimere un concetto e, non trovandola, si rifugi in un’altra lingua. Penso, piuttosto che si tratti di un’abitudine. Se il bambino è abituato ad esprimersi in una determinata situazione (gioco, cibo ecc.) in una lingua, avrà a disposizione un vocabolario in quella lingua più adatto alla situazione che nell’altra. François Grosjean ("Bilingual, Life and Reality", 2010, p. 29 e segg.) sostiene che i bilingui acquisiscano ed utilizzino le loro lingue per scopi diversi, in diverse aree e con persone diverse (quello che chiama il "principio di complementarietà"). Spesso ciascun aspetto della vita di un bilingue necessita il ricorso ad una lingua diversa. Più una lingua si conosce bene, maggiori saranno le situazioni in cui verrà utilizzata.

In concreto, ho assistito a casi di bambini che si esprimevano tra loro nella lingua di casa (diversa dal francese), frapponendo un "attention" qua e là, parola probabilmente ripetuta più di frequente all’asilo francofono. Di esempi simili ce ne saranno a migliaia, tuttavia, se i bambini non vengono indirizzati, tenderanno a mischiare con maggiore frequenza e facilità. Tutto sta a sapere qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere. Se si spera che il bambino raggiunga una conoscenza corretta e approfondita in entrambe le lingue, è necessario essere coerenti e rigidi nelle scelte.

Questo è quanto gli esperti non si stancano mai di ripetere e nella mia esperienza di mamma di bambini bilingui cerco di trovare corrispondenti in italiano per tutto. I miei bambini, non frequentando la scuola in italiano, a volte faticano a raccontarmi la loro giornata cercando le parole adatte per riferirmi quanto successo in un’altra lingua, però io li spingo sempre a trovare modi, espressioni, ad aggirare il problema se non conoscono la parola, insomma ad esprimersi in maniera comprensibile e corretta. Dal canto loro, mi "ricompensano" con una coerenza metodica per cui, in mia presenza, parlano esclusivamente l’italiano, anche tra loro. Ovviamente, nei rari casi in cui questo non avviene, non intervengo, ma generalmente parlano spontaneamente la mia lingua quando stanno con me, favorendo anche la creazione di un vocabolario ludico che non avrebbero altrimenti dall’asilo.

L’American Speech-Language-Hearing Association, sempre nello stesso articolo, suggerisce che un altro fattore che induce a mischiare le lingue può essere la percezione di una lingua come più formale, usata principalmente fuori casa, ed una più familiare usata più per comunicazioni "interne". Non saprei dire se effettivamente il bambino possa percepire una tale differenza, certamente, una volta iniziata la scuola, alcuni argomenti affrontati in classe hanno un carattere ed un vocabolario specifico che non si usa nel linguaggio quotidiano.

Da qui nasce la necessità di integrare con letture e "lezioni" in varie forme che permettano al bambino di ampliare il proprio vocabolario su argomenti di carattere specifico e non quotidiano. Quindi, questo gap tra lingua formale-lingua familiare può essere colmato con l’impegno da parte di genitori e figli, sempre nell’intento ultimo di raggiungere un grado di conoscenza linguistica equivalente tra i due idiomi. La società americana comunque ci rassicura che la tendenza a mischiare gradualmente sparisce e i bambini riescono in fine a discernere tra l’uso delle due lingue.

Un’importante considerazione riguarda il fatto che la coerenza nell’uso di una lingua da parte di un genitore (one person-one language) può aiutare ad evitare di confondere i due idiomi.

Ora veniamo al punto: è vero che il bilinguismo è causa di maggiori disturbi del linguaggio? L’American Speech-Language-Hearing Association, che si occupa tra l’altro di disturbi del linguaggio, ci informa che i disturbi del linguaggio sono meno probabili nei casi di bilinguismo precoce e simultaneo. L’introduzione di una seconda lingua nella fase prescolare può essere un fattore di maggior rischio in questo senso. Ritardi nel linguaggio e una limitata evoluzione della seconda lingua sono alcune delle opinioni correnti.

In conclusione, è bene stare all’erta, ma senza allarmarsi, in quanto ogni bambino è diverso e gli studi condotti sinora si rivolgono a gruppi con peculiarità specifiche che potrebbero non corrispondere alla nostra situazione familiare o personale. Per me, e spero per voi che leggete, resta comunque importante conoscere diverse opinioni ed esperienze con cui confrontarsi.

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