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Intervista ad Elena Giordano - logopedista italiana in Lussemburgo

Primavera, collage, 3 anni

Intervista alla dott.ssa Elena Giordano, logopedista,

laureata presso l’Università degli Studi di Firenze, residente in Lussemburgo

 

Dottoressa Giordano, perché ci si rivolge ad un logopedista?

Il logopedista è lo specialista del linguaggio. E’ un operatore sanitario che si occupa della prevenzione, della valutazione e del trattamento delle patologie della voce, del linguaggio orale e scritto e degli handicap della comunicazione, in età evolutiva, adulta e geriatrica.

La consulenza logopedica è indicata in caso di patologie che riguardano quindi: l’articolazione (dislalie, disartrie), la fonazione (disfonie), la deglutizione (deglutizione atipica e disfagia), la fluenza verbale (balbuzie), le afasie, le sordità sensoriali, i disturbi dell’apprendimento (dislessie, disortografia, discalculia), i ritardi di linguaggio e i disturbi di linguaggio, le turbe del comportamento sociale (sindromi autistiche, ritardo mentale).

La precocità dell’intervento è uno degli indici che favoriscono l’esito positivo della terapia a breve e a lungo termine. E’ importante perciò, soprattutto nell’età evolutiva, non esitare a consultare il pediatra o lo specialista ad esempio in caso di ritardo nella comparsa del linguaggio o di difficoltà a comprendere ciò che il bambino dice (inintelligibilità del linguaggio). E’ il medico (neuropsichiatra infantile, pediatra, neurologo, foniatra…) che esegue la diagnosi prescrivendo una consulenza logopedica per una valutazione più approfondita e per un eventuale trattamento.

Occupandoci di bilinguismo, vorremmo sapere se, in base agli studi compiuti, sia mai emersa una maggiore predisposizione dei bambini bi-plurilingui ad una determinata disfunzione rispetto ai monolingui.

In generale, l’origine di un disturbo di linguaggio o di un disturbo di apprendimento deve essere ipotizzato a livello di programma genetico dell’individuo. Naturalmente l’ambiente svolge un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’espressione della patologia, ma non può da solo provocarne la comparsa. La condizione di bi-plurilinguismo è frutto di una particolare situazione ambientale in cui grazie alla facoltà innata di linguaggio che ogni individuo possiede è possibile acquisire allo stesso tempo più codici linguistici. Secondo numerosi studi questa condizione non solo può portare vantaggi a livello sociale e lavorativo, è stato visto anche che i soggetti bilingui possiedono maggiori capacità di ragionamento e di astrazione sul linguaggio.

Perciò, a mio avviso, gli eventuali ritardi nella comparsa delle prime parole o nell’apprendimento del codice scritto nei bambini e ragazzi plurilingui sono da interpretare come la normale variazione interindividuale che sempre si riscontra nell’età evolutiva.

Una considerazione particolare deve comunque essere rivolta alle situazioni in cui, ad esempio, siano già presenti in famiglia casi di ritardo di linguaggio diagnosticati, o nei casi in cui non vi sia alcuna evoluzione del linguaggio nell’arco di qualche mese.

In particolare nei casi di difficoltà di apprendimento di lettura e scrittura è importante considerare: la vicinanza tra le lingue, se il bambino sta apprendendo entrambi i codici contemporaneamente, se il livello di esposizione è omogeneo, il legame affettivo con l’una e l’altra lingua ecc… . e soltanto dopo tentare di stabilire se si tratta di un disturbo vero e proprio o di una difficoltà temporanea dovuta all’ambiente.

Cosa si intende esattamente per dislessia, disgrafia, ecc.?

Per capire meglio credo sia opportuno presentare qualche informazione tecnica.

Comunemente il termine “dislessia” viene utilizzato per indicare un disturbo a livello di lettura, scrittura e calcolo poiché molto spesso essi si presentano in associazione. Più precisamente si parla invece rispettivamente di dislessia, disortografia (e disgrafia) e discalculia classificati in generale come Disturbi Specifici di Apprendimento o DSA.

La dislessia è una disabilità specifica di origine neurobiologica caratterizzata dalla difficoltà ad effettuare una lettura fluente ed accurata con errori caratteristici, derivante nella maggior parte dei casi da un deficit a livello fonologico oppure attentivo-visuo-spaziale. La disortografia presenta le stesse caratteristiche a livello della scrittura, gli errori si verificano nella struttura fonologica delle parole e nelle regole ortografiche.

Come interviene il logopedista?

La qualità delle prestazioni si discosta molto dalle capacità intellettive del soggetto e il disturbo presenta caratteristiche specifiche: è innato, resistente all’intervento terapeutico e resistente all’automatizzazione.

Il disturbo specifico di apprendimento si manifesta a livello lieve, medio o severo e di conseguenza il trattamento e la prognosi saranno diversi; è fondamentale pertanto poter distinguere precocemente un disturbo specifico da una difficoltà temporanea. Il logopedista tramite test standardizzati è in grado di effettuare una valutazione funzionale a partire dalla seconda classe della scuola primaria, età in cui è raccomandato anche l’inizio di un eventuale trattamento.

Le modalità di intervento e gli obiettivi del trattamento variano a seconda delle caratteristiche individuali del disturbo. In generale si punta a rendere autonomo il bambino nel suo percorso scolastico suggerendo strategie e strumenti compensativi.

Tornando al bilinguismo, la dislessia può essere favorita da specifiche combinazioni linguistiche o da una lingua più che da un’altra?

Come ho già accennato prima, il bilinguismo non può essere considerato causa di disturbi a livello delle abilità di lettura e scrittura, poiché proprio la definizione di disturbo specifico di apprendimento ne sottolinea l’origine neurobiologica, mentre la condizione di bilingue ha caratteristiche ambientali.

Detto questo, è possibile che in soggetti predisposti la condizione di plurilinguismo rappresenti un fattore potenzialmente sfavorente a causa della differenza tra le regole fonologiche ed ortografiche dei codici. In generale, tanto più le due lingue sono distanti tra loro a livello di radici, alfabeto e fonologia, tante più considerazioni il bambino dovrà effettuare. Ad esempio un bambino bilingue italiano-inglese che sta iniziando a leggere e scrivere nelle due lingue si accorgerà subito che può codificare (udire e poi scrivere) con una buona probabilità di correttezza le parole italiane, ma non altrettanto facilmente le parole inglesi. L’italiano, infatti, è una lingua ad ortografia trasparente, ovvero ad ogni fonema corrisponde un grafema (con poche eccezioni) e l’inglese una lingua ad ortografia opaca in cui non esistono regole chiare per poter prevedere la corrispondenza suono-segno. I bambini italiani con poche regole ortografiche possono imparare a scrivere spontaneamente, i bambini inglesi devono invece memorizzare le parole nella loro forma scritta.

Ecco che gli errori avranno caratteristiche differenti a seconda della lingua sia in situazioni di normalità che di patologia. Dal confronto tra profili di bambini dislessici italiani e dislessici inglesi si è visto che i primi sono lettori lenti ma sostanzialmente corretti, mentre i secondi commettono a parità di quadro funzionale molti più errori. Le caratteristiche della lingua possono essere causa di difficoltà iniziali, un disturbo specifico invece si manifesta indipendentemente.

Quali sono i problemi di pronuncia che si riscontrano più frequentemente nei bambini bilingui, rispetto ai loro coetanei monolingui?

Fin dalla nascita il bambino è in grado di discriminare, cioè riconoscere come diversi, moltissimi suoni linguistici. Dai 6 mesi in poi il neonato inizia a selezionare i fonemi della lingua o delle lingue alle quali è esposto, quelli che gli saranno utili per comprendere e produrre parole in quella/e lingua/e. Egli mette in atto meccanismi di allineamento dei suoni distintivi e di attenuazione o perdita di quelli non distintivi, che appartengono cioè ad altre lingue, creando categorie fonetiche ben precise.

Cosa accade per la “a”

Un esempio concreto potrà forse rendere il concetto più chiaro: il fonema /a/ in italiano corrisponde sempre al grafema “A” e viceversa; in altre lingue come l’inglese, al grafema “A” corrispondono più fonemi /æ/ in bat, /ɔ/ in paw, /ə/ in Rosa’s, /ɛə/ in fair, /eɪ/ in blade. Ecco che, detto in parole povere, un bambino inglese sarà sensibile anche a minime variazioni di pronuncia del grafema “A” rispetto ad un bambino italiano.

Cosa accade per la “erre”

Si può facilmente sperimentare che, tanto più i suoni di una nuova lingua sono distanti da quelli della nostra lingua materna, tanto più difficile sarà riprodurli correttamente poiché questi non rientrano nelle categorie fonetiche che ci siamo creati nella primissima infanzia. E’ un fatto psicolinguistico, ma anche pratico: per un italiano che ha sempre pronunciato il grafema “R” facendo vibrare l’apice linguale sarà inizialmente complicato capire come fare per produrre lo stesso grafema ma in lingua francese, utilizzando cioè la base linguale.

Un bambino bilingue simultaneo, cioè che fin dai primi mesi di vita è stato esposto a più lingue, teoricamente non dovrebbe trovarsi di fronte a particolari difficoltà di pronuncia entro queste lingue. In realtà - e questo potranno confermarlo o smentirlo i genitori di bambini bilingui che leggeranno questo articolo - questo dipende molto dall’omogeneità dell’esposizione. Ad esempio un bambino bilingue simultaneo italiano-francese che ha sempre frequentato la scuola francese può darsi che abbia dei problemi con la famosa “R” italiana, anche se a casa parla italiano con la madre.

Purtroppo e per fortuna, parlando di età evolutiva e linguaggio, è impossibile affermare con sicurezza come si evolverà una singola situazione, esistono troppi fattori di diversità interindividuale e ambientale.

E’ veramente difficile trovare casi di bilinguismo perfettamente bilanciato su tutti i piani linguistici, la normalità è che esista una dominanza, una lingua che è più rappresentata delle altre.

Gli accenti

Vorrei sottolineare a questo punto che problemi di pronuncia palesemente influenzati dalla prima lingua non sono assolutamente da considerare come patologici, non si tratta cioè di disturbi psicolinguistici per cui sia strettamente necessaria una terapia logopedica.

I famosi “accenti”, secondo la mia opinione, rispecchiano la storia di ciascuno e l’unico modo per affievolirli è aumentare l’esposizione e la pratica della lingua o delle lingue che si vogliono migliorare. Nei casi di difetti di pronuncia isolati, ad esempio ancora la “R” o la “A” nasale è possibile portare avanti un lavoro mirato con un logopedista che indirizzi il soggetto alla consapevolezza della modalità articolatoria di quel particolare fonema. Il difficile però è rendere poi automatico ciò che è stato appreso in teoria! E qui di nuovo la pratica è l’unica maestra. Il logopedista può essere una figura di riferimento per sottolineare teoricamente e praticamente le differenze articolatorie, ma i tempi per raggiungere l’automatismo sono veramente soggettivi.

Si può dire che un bambino bilingue che parla senza accento non avrà mai più l’accento straniero?

Se un bambino ha invece un marcato accento straniero, in che misura può recuperare totalmente un accento prettamente italiano?

La fonetica e la fonologia di una lingua sono gli aspetti più complessi da apprendere, questi infatti (come abbiamo accennato prima) sono le primissime informazioni che il neonato impara a percepire ed a catalogare. Sono quindi le caratteristiche più intime della lingua quelle che sono assorbite per prime nella totale inconsapevolezza del significato o della struttura grammaticale. Certamente esistono regole che ne rendono possibile l’apprendimento anche in età adolescenziale o adulta, ma il processo è più lungo e soprattutto, per poter aspirare ad una pronuncia da parlante nativo è necessaria una totale immersione nel contesto sociale di quella lingua.

Quindi un bambino bi-plurilingue simultaneo possiede tutto il bagaglio necessario perché possa parlare tutte le lingue alle quali è stato esposto senza accento straniero.

Detto questo è ancora l’ambiente che ha l’ultima parola; solitamente predomina nella grammatica, nella fonologia, nei modi di dire, la lingua alla quale si è più esposti e che si utilizza di più. Credo di poter affermare con una certa sicurezza che per un bambino la dominanza linguistica corrisponda alla lingua di scolarizzazione e che quindi tutti gli accenti ed errori in generale si andranno affievolendo con la crescita e la sperimentazione del mondo. A patto che esista una motivazione e un’esposizione adeguata!

Dunque non sono in grado di esprimere una regola generale per quanto riguarda l’infanzia. Potenzialmente l’accento straniero può comparire e scomparire a seconda di molte variabili, prime tra tutte le caratteristiche dell’ambiente linguistico. Tendenzialmente la lingua materna, quindi l’accento della lingua materna, è naturalmente più radicato e resistente.

La lingua non è soltanto un insieme di suoni e di regole grammaticali, ma coinvolge le sfere emotive più profonde di ognuno.

 

Con questa frase densa di significato ringrazio la dott.ssa Elena Giordano per averci concesso questa intervista e vi ricordo che chiunque desiderasse contattarla per una consulenza in Lussemburgo può farlo all’indirizzo e-mail:

Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

Alcuni link utili

www.fli.it/  Federazione Logopedisti Italiani

www.alo.lu  Association Luxembourgeoise des Orthophonistes

www.cplol.eu  Comité Permanent de Liaison des Orthophonistes/Standing Liaison Committee of Speech and Language Therapists

www.asha.org  America Speech-Language-Hearing Association

www.erickson.it Edizioni Erickson: libri e riviste didattica, educazione, psicologia…

www.aiditalia.org  AID Associazione Italiana Dislessia

www.airipa.it  AIRIPA Associazione Italiana Ricerca e Intervento nella Psicopatologia dell’Apprendimento

 

Commenti  

 
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